È dall’agosto del 2020 che le pagine di questo blog sono rimaste in silenzio. Sei anni interi. A dirlo così sembra quasi impossibile, perché sei anni possono essere contemporaneamente un periodo lunghissimo e un battito di ciglia, soprattutto quando dentro quei sei anni succede abbastanza vita da riempire interi quaderni. Se penso alla persona che ero quando ho pubblicato l’ultimo articolo, mi sembra di osservare una fotografia appartenente a un’altra epoca: riconosco il volto, riconosco alcune passioni, riconosco persino certi pensieri, ma sento che tra quella ragazza e la donna che oggi torna a scrivere esiste una distanza enorme, costruita lentamente attraverso esperienze, cambiamenti, studio, lavoro, relazioni, delusioni, nuove possibilità e soprattutto attraverso una quantità di domande alle quali, nel frattempo, ho imparato a dare risposte diverse. In questi sei anni ho cambiato pelle più volte. Ho attraversato periodi in cui avrei voluto fermare tutto e altri in cui avevo talmente tanti progetti da non sapere da quale parte cominciare. Ho studiato fino a tarda sera, lavorato, insegnato, allenato il corpo, messo alla prova la mente, conosciuto persone, lasciato andare rapporti che non avevano più un posto nella mia vita e costruito legami nuovi, alcuni dei quali sono diventati fondamentali. Ho viaggiato, letto, ascoltato musica, guardato film, inseguito obiettivi professionali e personali, affrontato paure che pensavo di aver già superato e scoperto che crescere non significa arrivare a un punto in cui tutto è finalmente risolto. Significa imparare a stare dentro il cambiamento senza perdere completamente il proprio centro. E forse è proprio questo il motivo per cui oggi torno qui. Perché certe storie, prima o poi, pretendono di essere raccontate. Non chiedono necessariamente il permesso. Tornano a bussare alla porta della memoria, aspettano, insistono e alla fine trovano il modo di trasformarsi in parole. Dopo sei anni di silenzio, ho sentito che era arrivato il momento di riprendere in mano la penna, riaprire questo spazio e provare a mettere ordine nell’universo, unendo finalmente il passato con il presente.
Sei anni di silenzio, ma non di immobilità
La prima cosa che voglio chiarire è che questo blog è rimasto fermo, ma io no. Anzi, probabilmente non sono mai stata così in movimento come negli anni trascorsi dall’ultimo articolo. La pausa dalla scrittura non è stata una pausa dalla vita. È stata quasi il contrario. Sono stati anni pieni, intensi, a volte confusi, spesso faticosi, ma incredibilmente importanti per costruire la persona che sono oggi. Quando avevo pubblicato l’ultimo articolo, non avrei potuto immaginare quanto sarebbe cambiato il mio modo di guardare al lavoro, al corpo, allo studio, alle relazioni e persino a me stessa. Allora ero ancora dentro una fase di ricerca, quella fase in cui senti di avere delle capacità, delle passioni e dei desideri, ma non hai ancora capito come trasformarli in qualcosa di concreto e coerente. Oggi non posso dire di avere tutte le risposte, perché sarebbe una bugia e, probabilmente, sarebbe anche molto poco interessante. Posso però dire di conoscere meglio le domande che voglio farmi. Ho imparato che una strada professionale non è necessariamente una linea retta e che cambiare direzione non significa aver fallito. A volte significa semplicemente aver acquisito abbastanza consapevolezza per capire che quella direzione non ci rappresenta più. Ho imparato che studiare non significa soltanto accumulare titoli, attestati e competenze, ma sviluppare la capacità di mettere continuamente in discussione ciò che si crede di sapere. Ho imparato che insegnare obbliga a essere più rigorosi, perché quando devi spiegare qualcosa a un'altra persona ti accorgi immediatamente delle zone in cui la tua conoscenza è ancora superficiale. Ho imparato anche che il corpo non è un oggetto da aggiustare, ma un sistema complesso da ascoltare, comprendere e accompagnare. E, forse più lentamente, ho imparato che anche la propria vita dovrebbe essere trattata con la stessa attenzione: ascoltata, osservata, compresa e, quando necessario, modificata.
Se mi guardo indietro, quindi, stento davvero a riconoscere la persona che ha chiuso questo blog nell’agosto del 2020. Non perché quella persona sia scomparsa, ma perché è ancora dentro di me. È una parte delle mie radici. Porta con sé le passioni che avevo allora, le paure che non sapevo nominare, i sogni ancora poco definiti e quella curiosità che mi ha accompagnata per tutta la vita. Non voglio cancellarla e non voglio fingere che il passato non sia esistito. Al contrario, voglio riportarlo qui, perché Radici in Movimento nasce proprio da questa consapevolezza: possiamo cambiare moltissimo senza smettere di essere noi stessi. Possiamo aggiungere strati, cambiare opinioni, modificare abitudini, scoprire nuove passioni e abbandonare vecchie convinzioni senza rinnegare ciò che siamo stati. Forse diventare adulti significa anche questo: smettere di pensare alla propria storia come a una serie di capitoli separati e iniziare a riconoscere il filo invisibile che li collega. Quello che ero ha reso possibile quello che sono. E quello che sono oggi, inevitabilmente, sta già preparando la persona che sarò domani.
Dalla terapia manuale alla costruzione di una professione
Una delle trasformazioni più importanti di questi anni riguarda naturalmente il mio percorso professionale. La terapia manuale, l’osteopatia, il movimento e lo studio del corpo sono diventati sempre più presenti nella mia vita, fino a trasformarsi non soltanto in un lavoro, ma in un vero linguaggio attraverso cui osservare le persone e il mondo. Ho continuato a studiare, ad approfondire, a confrontarmi con professionisti diversi e ad ampliare progressivamente le mie competenze. Ogni nuova formazione mi ha dato qualcosa, ma soprattutto mi ha insegnato quanto sia difficile smettere di essere studenti quando si entra nel mondo professionale. La tentazione di pensare “ormai so abbastanza” è sempre dietro l’angolo. Il problema è che il corpo umano non concede questo tipo di sicurezza. È troppo complesso, troppo variabile, troppo individuale. Una tecnica che funziona in un determinato contesto può richiedere adattamenti completamente diversi in un altro. Una persona non è una sequenza di articolazioni, muscoli e tessuti da trattare secondo un protocollo standardizzato. È una storia, un'abitudine, un modo di muoversi, respirare, lavorare, dormire, allenarsi e vivere. E più studi, più ti rendi conto che la competenza non consiste nel sapere tutto, ma nel sapere quanto ancora c’è da imparare.
Nel frattempo è cresciuta anche la mia esperienza nell’ambito dell’osteopatia animale. È un percorso che ha rappresentato per me un incontro naturale tra due mondi che avevo sempre percepito come profondamente vicini: la passione per gli animali e l’interesse per il movimento e la terapia manuale. Lavorare con un animale significa entrare in una relazione completamente diversa rispetto a quella che si instaura con una persona. Non puoi affidarti soltanto alle parole. Devi osservare il comportamento, il modo in cui appoggia una zampa, come si alza, come corre, come reagisce al contatto, come cambia la postura quando entra in un ambiente diverso. Devi imparare ad ascoltare anche ciò che non viene pronunciato. Ed è una lezione straordinaria, perché in fondo anche il corpo umano comunica continuamente prima ancora che noi decidiamo di parlare. Il movimento racconta molto. Le rigidità raccontano. Le compensazioni raccontano. Il modo in cui una persona entra in una stanza, si siede, si alza e porta una borsa racconta qualcosa. Non racconta necessariamente una diagnosi, ma racconta una storia di adattamenti. Ed è proprio questo che rende così affascinante lo studio del corpo.
Il mio percorso professionale non si è fermato alla pratica. A un certo punto è arrivata anche la formazione degli altri, e questa è stata una delle sorprese più grandi della mia vita. Insegnare non era qualcosa che avevo programmato fin dall’inizio. Se qualcuno mi avesse detto nel 2018 che avrei trascorso una parte importante del mio tempo davanti a un’aula, spiegando anatomia, tecniche manuali, biomeccanica e ragionamento pratico a studenti e professionisti, probabilmente avrei sorriso incredula. L’idea di parlare davanti a una classe mi affascinava e mi spaventava contemporaneamente. Oggi, invece, la docenza è diventata una delle parti più vive della mia identità professionale. C’è qualcosa di profondamente gratificante nel vedere una persona che inizialmente non riesce a eseguire una tecnica e che, dopo ore di pratica, comincia finalmente a comprenderne la logica. Non è soltanto un gesto tecnico. È il momento in cui qualcosa scatta. L’allievo smette di imitare e comincia a capire. Ed è esattamente lì che, per me, comincia davvero l’apprendimento.
Accademia Terapia Manuale Brianza: quando un'idea diventa realtà
Tra le novità più importanti di questi anni c’è sicuramente la nascita nel 2020 dell’Accademia Terapia Manuale Brianza, un progetto che rappresenta una parte significativa della mia crescita professionale e personale. L’Accademia è nata dall’idea di creare uno spazio dedicato alla formazione pratica, al confronto e alla condivisione delle competenze nell’ambito della terapia manuale e del benessere. Ma dietro un progetto professionale ci sono sempre persone, relazioni, discussioni, idee che cambiano forma e momenti in cui ti chiedi se quello che stai costruendo abbia davvero senso. Per me, l’Accademia non è soltanto un nome o un’attività formativa. È il risultato di un percorso fatto di incontri, collaborazione e fiducia.
In questo percorso c’è soprattutto Mattia, che nel tempo ha assunto un ruolo sempre più importante nella mia vita professionale. Il nostro rapporto rappresenta una di quelle storie che difficilmente si possono programmare. È iniziato in un modo e si è trasformato in qualcosa di completamente diverso. Da mio allievo è diventato collega, collaboratore, socio e una delle persone con cui condivido una parte importante della progettualità professionale. Non è scontato riuscire a trasformare un rapporto nato in un contesto formativo in una collaborazione stabile. Servono stima, capacità di confrontarsi, responsabilità e soprattutto la possibilità di riconoscere il valore dell’altro senza vivere la crescita altrui come una minaccia. Costruire qualcosa insieme significa anche imparare a discutere. Significa avere opinioni differenti e trovare una sintesi. Significa dividere responsabilità, affrontare problemi, correggersi reciprocamente e continuare a lavorare anche quando l’entusiasmo iniziale lascia spazio alla parte più concreta e faticosa del lavoro.
L’Accademia Terapia Manuale Brianza rappresenta quindi una delle mie radici professionali più importanti, ma anche un laboratorio di crescita continua. Attraverso i corsi, i seminari e le attività formative ho avuto la possibilità di incontrare persone con esperienze completamente diverse, ascoltare domande, osservare difficoltà pratiche e capire quali siano davvero le esigenze di chi vuole formarsi nel mondo della terapia manuale e del massaggio. Ogni studente lascia qualcosa. A volte una domanda apparentemente semplice costringe a rivedere un concetto che davamo per scontato. A volte una difficoltà tecnica fa nascere una spiegazione migliore. A volte una conversazione durante una pausa diventa l’inizio di un progetto. La formazione, quando funziona davvero, non è un rapporto a senso unico tra chi insegna e chi impara. È uno scambio continuo.
Tornare a studiare: Scienze Motorie
E proprio quando avrei potuto pensare di avere già abbastanza impegni, ho deciso di tornare sui libri e iscrivermi a Scienze Motorie, con un percorso orientato all’ambito biosanitario. Perché? Perché evidentemente non avevo ancora complicato abbastanza la mia agenda. Scherzi a parte, questa scelta nasce da un’esigenza molto concreta: costruire una preparazione sempre più completa sul movimento umano e integrare le competenze acquisite negli anni con una formazione universitaria strutturata. Studiare Scienze Motorie mentre si lavora, si insegna e si gestiscono progetti professionali non è esattamente una passeggiata. Ci sono giornate in cui la voglia di aprire un libro dopo ore di lavoro è praticamente inesistente. Ci sono esami che sembrano arrivare sempre nel momento peggiore. Ci sono periodi in cui bisogna organizzare il tempo quasi al minuto. Eppure continuo a farlo perché lo studio, per me, non è mai stato soltanto uno strumento per ottenere un titolo. È un modo per rimanere curiosa.
La cosa interessante è che ogni percorso di studio dialoga con gli altri. L’osteopatia mi ha insegnato a osservare il corpo in un determinato modo. La massoterapia mi ha dato strumenti pratici. La docenza mi ha costretto a strutturare e spiegare le conoscenze. L’esperienza con gli animali mi ha insegnato a osservare il movimento senza poter dipendere dal linguaggio verbale. Scienze Motorie aggiunge un altro tassello, quello della comprensione del movimento, dell’esercizio fisico e della relazione tra corpo, prestazione, prevenzione e salute. Non sono compartimenti stagni. Sono pezzi dello stesso puzzle. E più li unisco, più mi rendo conto che la mia vera passione non è una singola tecnica o una singola disciplina. È il corpo in movimento, nella sua complessità.
Parallelamente continuo anche a occuparmi del percorso necessario per consolidare e formalizzare la mia professionalità in ambito osteopatico. È un tema che considero importante perché lavorare con il corpo delle persone richiede responsabilità, aggiornamento continuo, consapevolezza dei propri limiti e rispetto rigoroso dell’ambito professionale. Non mi interessa l’idea di diventare una professionista che smette di studiare una volta raggiunto un determinato traguardo. Al contrario, credo che il vero professionista sia quello che continua a formarsi proprio quando potrebbe permettersi di non farlo.
Il corpo è diventato anche il mio personale campo di sperimentazione
Per anni ho studiato il corpo degli altri. Poi ho iniziato a comprendere che avrei dovuto imparare ad ascoltare meglio anche il mio. La trasformazione personale è passata anche da qui. Ho iniziato a praticare Karate Shotokan, un’esperienza che non avrei mai immaginato avrebbe avuto un impatto così forte sul mio modo di percepire il movimento, la disciplina e la relazione con il corpo. Entrare in un dojo significa accettare immediatamente di essere principianti. Anche quando nella vita professionale hai esperienza, competenze e anni di studio alle spalle, davanti a un kata devi ricominciare da capo. Devi imparare una sequenza, ricordare un movimento, coordinare gambe e braccia, controllare il peso, la respirazione, la posizione e soprattutto la mente. All’inizio tutto sembra separato. Poi, lentamente, i pezzi cominciano a collegarsi.
Il Karate mi ha insegnato che il progresso non è sempre evidente. Ci sono settimane in cui senti di aver fatto un salto enorme e altre in cui hai la sensazione di essere tornata indietro. È una sensazione che conosco bene anche fuori dalla palestra. Nella vita siamo abituati a pensare che crescere significhi andare sempre avanti, ma il corpo e la mente non funzionano in questo modo. Ci sono fasi di espansione e fasi di consolidamento. Ci sono momenti in cui impariamo qualcosa di nuovo e altri in cui dobbiamo semplicemente permettere a ciò che abbiamo imparato di diventare parte di noi. La cintura cambia colore, ma non è il colore della cintura a raccontare quanto sei cresciuta. Lo raccontano la disciplina che hai costruito, la capacità di continuare anche quando non hai voglia, il rispetto per il percorso e la consapevolezza che ogni livello apre una nuova serie di difficoltà.
Anche l’allenamento a casa è diventato una parte importante delle mie abitudini. Non sempre ho il tempo perfetto, l’energia perfetta o la motivazione perfetta. E forse questa è stata una delle scoperte più utili. Non bisogna aspettare di sentirsi pronti per prendersi cura del proprio corpo. A volte bisogna semplicemente iniziare. Dieci minuti possono essere meglio di zero. Una sessione imperfetta può essere più utile dell’ennesimo programma perfetto mai iniziato. Il movimento è diventato per me non soltanto un obiettivo estetico o prestazionale, ma un modo per mantenere un rapporto più consapevole con il corpo. E questa consapevolezza è diventata ancora più importante proprio perché il mio lavoro quotidiano mi porta a osservare continuamente il movimento degli altri.
Le persone cambiano, le relazioni anche
In questi sei anni è cambiato anche il mio modo di vivere le relazioni. Questa forse è una delle parti più difficili da raccontare perché non tutto ciò che accade nella vita ha bisogno di essere trasformato in una storia pubblica, ma una cosa posso dirla: crescere significa anche imparare a scegliere. Per molto tempo ho pensato che allontanarsi da alcune persone fosse necessariamente un fallimento, una sconfitta o la prova che qualcosa non aveva funzionato. Oggi la vedo diversamente. Alcune relazioni hanno una stagione. Alcune persone entrano nella nostra vita per accompagnarci durante una fase precisa e poi, semplicemente, le strade cambiano. Altre rimangono perché riescono a trasformarsi insieme a noi. E poi esistono quei rapporti che diventano casa, non perché siano perfetti, ma perché permettono di essere autentici.
Ho imparato a riconoscere meglio ciò che mi fa bene e ciò che invece mi svuota. Non sempre è stato semplice. A volte ho confuso l’affetto con l’obbligo, la disponibilità con il dovere di esserci sempre, la pazienza con la necessità di sopportare qualsiasi cosa. Con il tempo ho capito che mettere dei confini non significa diventare egoisti. Significa riconoscere che anche la propria energia è una risorsa. Non possiamo essere disponibili per tutti, sempre e comunque, senza prima chiederci quanto ci costa. Alcune persone si sono allontanate. Altre sono rimaste. Altre ancora sono arrivate proprio quando non me lo aspettavo. E forse il valore di una relazione si misura anche dalla libertà che ti lascia di diventare ciò che sei.
In questo senso, la collaborazione professionale con Mattia rappresenta anche un esempio di crescita condivisa. Non perché lavorare insieme sia sempre semplice, ma perché abbiamo imparato a costruire un progetto mettendo competenze, idee e visioni differenti all’interno dello stesso percorso. La crescita condivisa richiede spazio. Richiede ascolto. Richiede la capacità di riconoscere che l’altro può avere ragione anche quando la tua prima reazione sarebbe difendere la tua posizione. Non è una lezione che si impara una volta sola. È una pratica quotidiana.
E poi ci sono le cose che non sono mai cambiate
Se tutto fosse cambiato, però, questo non sarebbe il mio blog. Perché accanto alla professionista, alla studentessa, alla docente e alla persona che si allena esiste ancora la ragazza che ama leggere, viaggiare, ascoltare musica rock, guardare film e perdersi tra mercatini di Natale pieni di luci, profumi e oggetti che sembrano usciti da un’altra epoca. Alcune passioni non hanno bisogno di essere aggiornate. Restano lì, come una stanza della casa in cui torni ogni volta che hai bisogno di sentirti davvero te stessa.
I libri sono sempre stati una delle mie forme preferite di evasione e di esplorazione. In questi anni ne ho letti moltissimi e alcuni mi sono rimasti dentro più di altri. Ci sono romanzi che si leggono e poi si dimenticano, libri che intrattengono per qualche giorno e lasciano spazio alla storia successiva. Poi ci sono quelli che arrivano nel momento giusto. Non necessariamente i migliori in senso assoluto, ma quelli che incontrano una parte di noi che aveva bisogno proprio di quelle parole. È anche per questo che voglio riportare la lettura all’interno di Radici in Movimento. Voglio parlare di thriller, romanzi, storie psicologiche, libri capaci di far riflettere e libri capaci semplicemente di far passare qualche ora piacevole. Voglio raccontare cosa mi hanno lasciato, senza trasformare ogni recensione in una scheda tecnica impersonale. Perché leggere è anche un’esperienza emotiva.
E poi c’è il rock. La musica che parte nelle cuffie, il volume che sale, quella sensazione quasi fisica che alcune canzoni riescono a creare. La musica accompagna momenti della vita in un modo che poche altre cose riescono a fare. Ci sono brani che associ immediatamente a una persona, altri a un viaggio, altri ancora a un periodo preciso della tua vita. Basta una chitarra, una batteria o una voce per riportarti indietro di dieci anni. E credo che anche questo avrà spazio qui, perché un blog personale non deve necessariamente avere confini rigidi. Può parlare di salute e movimento, ma anche di un album ascoltato fino alla nausea. Può passare da un libro a un viaggio. Può raccontare un film e, la settimana dopo, una riflessione nata durante un allenamento.
Viaggi, cinema e quella voglia di continuare a meravigliarsi
Viaggiare è un’altra delle passioni che hanno continuato ad accompagnarmi. Non serve necessariamente attraversare mezzo mondo per sentirsi in viaggio. A volte basta cambiare prospettiva, entrare in una città che non conosci, camminare senza una meta precisa, sederti in un bar e osservare le persone. Mi piacciono soprattutto quei luoghi capaci di raccontare una storia attraverso l’atmosfera, l’architettura, i profumi, i mercati e le tradizioni. E sì, continuo ad avere una passione piuttosto seria per i mercatini di Natale. Quelli belli, però. Quelli in cui l’aria profuma di cannella, legno, dolci speziati e vin brulé, dove le luci rendono tutto leggermente più cinematografico e per qualche ora puoi convincerti che il mondo sia un posto più ordinato di quello che è realmente.
Anche il cinema continuerà ad avere il suo spazio. Ci sono film che mi hanno fatto ridere, altri che mi hanno fatto piangere, altri che mi hanno lasciato con la sensazione di aver bisogno di qualche ora per elaborare quello che avevo appena visto. Mi interessa raccontare il cinema non soltanto attraverso la trama, ma attraverso ciò che una storia riesce a lasciare. Un personaggio può ricordarti una parte di te. Una scena può riaprire un ricordo. Una frase può diventare una piccola ossessione per qualche giorno. È questa la parte interessante della cultura: non rimane necessariamente confinata all’opera. Continua a vivere dentro chi la incontra.
Perché il nuovo nome è Radici in Movimento
A un certo punto è diventato inevitabile cambiare anche il nome del blog. Radici in Movimento non è soltanto un titolo che suona bene. È una sintesi abbastanza precisa di quello che sento di essere oggi. Le radici rappresentano la memoria, la storia, le esperienze, le persone che ci hanno formato, gli errori, le passioni che resistono al tempo e tutto ciò che ci permette di sapere da dove veniamo. Il movimento, invece, rappresenta ciò che cambia, evolve, si trasforma. E queste due dimensioni non sono opposte. Anzi, credo che abbiano bisogno l’una dell’altra.
Senza radici, il movimento rischia di diventare semplice dispersione. Cambiare continuamente direzione senza sapere perché può essere soltanto un modo elegante per non fermarsi mai abbastanza da capire cosa vogliamo davvero. Ma senza movimento anche le radici possono diventare gabbie. Possono trasformarsi nell’idea che siamo obbligati a rimanere uguali soltanto perché in passato eravamo così. Io non voglio più vivere in questo modo. Voglio poter cambiare idea. Voglio poter imparare qualcosa e scoprire che una convinzione che avevo cinque anni fa non mi appartiene più. Voglio poter dire che una strada non fa più per me senza considerare questa ammissione una sconfitta. Voglio continuare ad avere radici, ma voglio che siano abbastanza forti da permettermi di muovermi.
Questo blog nasce esattamente lì, in quello spazio tra ciò che sono stata e ciò che sto diventando.
Che cosa troverete su Radici in Movimento
Da oggi questo spazio torna a essere vivo e assume una direzione nuova. Radici in Movimento sarà un blog personale, ma anche uno spazio dedicato a passioni, esperienze, cultura, benessere e crescita personale. Non voglio trasformarlo in un secondo sito professionale. Per quello esistono già altri luoghi, altri canali e altri progetti. Qui voglio concedermi una libertà diversa. Voglio poter parlare di un libro senza doverlo collegare necessariamente all’anatomia. Voglio raccontare un viaggio senza trasformarlo in una guida turistica. Voglio parlare di un film, di una canzone, di una giornata difficile, di una scoperta interessante o di una riflessione nata mentre mi allenavo. Voglio che questo blog rimanga umano.
Naturalmente ci saranno anche contenuti legati al benessere e al rapporto con il corpo, perché sarebbe impossibile raccontare la mia vita ignorando una parte così importante della mia identità. Ma cercherò sempre di distinguere il racconto personale dall’informazione professionale. Quando parlerò di salute, movimento, attività fisica o terapia manuale, lo farò con la responsabilità che questi temi richiedono. Quando invece parlerò di libri, musica, cinema, viaggi e vita quotidiana, voglio poter essere semplicemente Giorgia, con le mie opinioni, le mie contraddizioni, i miei entusiasmi e anche le mie inevitabili giornate storte.
L’obiettivo non è costruire un blog perfetto. È costruire un blog autentico. E forse questa è una differenza fondamentale.
Un appuntamento ogni domenica alle 21:00
Dopo sei anni di silenzio, non voglio tornare in modo casuale per pubblicare tre articoli in una settimana e poi sparire nuovamente per mesi. Ho imparato che anche la creatività ha bisogno di struttura. Per questo ho deciso di creare un piccolo appuntamento fisso: ogni domenica alle ore 21:00 uscirà un nuovo articolo di Radici in Movimento. La domenica sera mi sembra il momento giusto. Il weekend sta finendo, la settimana successiva è ancora davanti a noi e c’è quella strana atmosfera sospesa in cui si comincia lentamente a fare ordine nei pensieri. Potrà esserci un articolo dedicato a un libro, una riflessione personale, un racconto di viaggio, una recensione cinematografica, un approfondimento sul benessere, un’esperienza legata allo sport oppure semplicemente una storia che sento il bisogno di condividere.
L’appuntamento settimanale sarà il punto fermo. Una sorta di rituale digitale. Una piccola finestra che si apre ogni domenica sera. Non prometto che ogni articolo sarà perfetto. Non prometto nemmeno che avrò sempre qualcosa di straordinario da raccontare. Prometto però di cercare qualcosa di vero. Perché credo che un blog personale abbia senso proprio quando riesce a trasformare anche le esperienze quotidiane in occasioni di riflessione. A volte la storia più interessante non è quella di un grande cambiamento, ma quella di una piccola consapevolezza arrivata nel momento giusto.
E quando ci saranno settimane particolarmente ricche di idee, potranno arrivare anche pubblicazioni extra. Ma la domenica alle 21:00 rimarrà il nostro appuntamento.
Un blog che non vuole dimenticare il passato
Riprendere a scrivere dopo sei anni significa anche fare pace con il tempo trascorso. Potrei guardare gli articoli del vecchio blog e chiedermi perché ho lasciato passare così tanto tempo. Potrei rimproverarmi di non aver scritto, di non aver continuato, di aver lasciato cadere un progetto che allora sembrava importante. Ma non avrebbe molto senso. La verità è che, in quel momento, avevo bisogno di vivere più che di raccontare. Avevo bisogno di fare esperienza, costruire competenze, affrontare cambiamenti e capire chi stavo diventando. Forse il silenzio era necessario.
A volte pensiamo che la nostra storia debba procedere secondo un calendario preciso. Scuola, università, lavoro, carriera, relazioni, progetti. Tutto dovrebbe accadere nella sequenza giusta e possibilmente nei tempi giusti. Ma la vita reale non funziona così. Ci sono pause. Deviazioni. Ripartenze. Ci sono anni che sembrano non portare da nessuna parte e poi, guardandoli da lontano, ti accorgi che erano indispensabili. Ci sono periodi in cui non produci nulla di visibile, ma dentro di te stai costruendo fondamenta. E forse questi sei anni sono stati proprio questo: un lungo lavoro sotterraneo.
Per questo non voglio semplicemente “tornare a scrivere”. Voglio riprendere il filo. Voglio prendere ciò che ho scritto allora e guardarlo con gli occhi di oggi. Voglio raccontare cosa è cambiato e cosa invece è rimasto identico. Voglio parlare delle persone che hanno attraversato la mia vita, dei progetti che hanno funzionato e di quelli che hanno preso strade diverse. Voglio raccontare la professionista che sono diventata senza dimenticare la persona che c’era prima.
Il vero tema di questo nuovo viaggio: ricominciare
Forse, alla fine, Radici in Movimento parla soprattutto di questo: della possibilità di ricominciare. Non necessariamente da zero. Anzi, quasi mai da zero. Ogni volta che ricominciamo portiamo con noi ciò che abbiamo imparato, anche quando preferiremmo dimenticarlo. Portiamo gli errori, le vittorie, le delusioni, le persone incontrate, i libri letti, i luoghi visitati, le parole che ci hanno ferito e quelle che ci hanno aiutato. Ricominciare significa prendere tutto questo materiale e provare a costruire qualcosa di nuovo.
Sei anni fa ho chiuso una porta. Oggi ne riapro un’altra. Nel frattempo ho approfondito il lavoro con la terapia manuale e con gli animali, ho iniziato a insegnare, ho costruito insieme a Mattia l’Accademia Terapia Manuale Brianza, sono tornata all’università per studiare Scienze Motorie, ho indossato una divisa da Karateka e imparato che anche una sequenza di movimenti apparentemente semplice può richiedere mesi di pratica, ho conosciuto persone nuove, ho lasciato andare relazioni che non avevano più spazio nella mia vita, ho letto libri che voglio raccontarvi e ho continuato a cercare luoghi, storie e esperienze capaci di sorprendermi.
Non sono più la persona che ha scritto l’ultimo articolo nell’agosto del 2020. E per fortuna.
Ma non sono nemmeno una persona completamente nuova.
Sono quella stessa persona con più strati, più cicatrici, più consapevolezza e probabilmente ancora più domande. Sono le mie radici e sono il mio movimento. Sono ciò che ho vissuto e ciò che devo ancora vivere. Sono le pagine già scritte e quelle ancora completamente bianche.
E quindi eccoci qui.
Dopo sei anni, Radici in Movimento torna a parlare. Torna a raccontare libri, musica rock, cinema, viaggi, benessere, movimento, passioni, pensieri e pezzi di vita quotidiana. Torna a essere uno spazio personale, libero e curioso, dove non sarà necessario avere sempre una risposta, ma sarà concesso continuare a fare domande. Perché forse crescere significa proprio questo: non smettere di cercare.
Per chi c’era già, grazie per essere tornato. Per chi arriva oggi per la prima volta, benvenuto. Spero che queste pagine possano diventare un piccolo appuntamento piacevole nella vostra settimana, un luogo in cui trovare una storia, una recensione, un consiglio, una riflessione o semplicemente qualche parola capace di accompagnarvi per qualche minuto.
Io, nel frattempo, torno a fare quello che mi è mancato più di quanto pensassi.
Scrivere.
E questa volta non ho intenzione di sparire per altri sei anni.
Ci vediamo ogni domenica alle 21:00, qui su Radici in Movimento. Si ricomincia. Ma soprattutto, si continua.
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