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IT: Welcome to Derry: il ritorno dell’orrore di Stephen King tra mistero, paura e origini del male

Ripensando alle serie TV che hanno accompagnato le mie serate durante lo scorso autunno e inverno, ce n’è una che più di altre è riuscita a lasciare un segno profondo nella mia memoria: IT: Welcome to Derry. È una di quelle serie che non guardi semplicemente per sapere come va a finire. La guardi perché vuoi entrare nell’atmosfera, lasciarti trascinare lentamente dentro una storia inquietante e vedere quanto a lungo riesci a resistere prima di accendere una luce. Nel mio caso, la combinazione tra la stagione fredda, le serate trascorse al chiuso e l’ambientazione cupa della cittadina di Derry ha reso l’esperienza ancora più intensa. Fuori il freddo avanzava, le giornate diventavano più corte e io mi ritrovavo davanti allo schermo a entrare sempre più profondamente in quell’universo oscuro nato dalla penna di Stephen King. È stato un viaggio horror viscerale, inquietante e sorprendentemente coinvolgente, che ha superato le mie aspettative iniziali e che mi ha ricordato ancora una volta perché alcune storie horror riescono a rimanere nella mente anche dopo che abbiamo spento lo schermo.

Quando si parla di IT, del resto, le aspettative sono inevitabilmente altissime. Il romanzo di Stephen King è diventato negli anni un vero e proprio riferimento della narrativa horror, mentre le precedenti trasposizioni hanno contribuito a trasformare Pennywise e Derry in elementi riconoscibili anche da chi non ha mai letto il libro. Proprio per questo realizzare una serie prequel ambientata nello stesso universo era una scommessa tutt’altro che semplice. Il rischio era quello di vivere di nostalgia, riproporre elementi già conosciuti e cercare di sfruttare il successo del franchise senza avere realmente qualcosa di nuovo da raccontare. Quello che invece ho trovato interessante in Welcome to Derry è proprio il tentativo di andare indietro nel tempo e ampliare la mitologia, mostrando una città che sembra avere il male incorporato nella propria storia e nei propri abitanti. Derry non è soltanto il luogo in cui accadono gli eventi. È parte integrante del racconto. È quasi un organismo vivente, una presenza costante che osserva, nasconde, dimentica e ciclicamente sembra risvegliare qualcosa di terribile.

Le origini del male: perché un prequel era una scommessa rischiosa

Quando si decide di espandere un universo narrativo già conosciuto, una delle difficoltà principali è trovare qualcosa che valga davvero la pena raccontare. Il pubblico conosce già alcuni elementi fondamentali della storia di IT. Conosce Derry, conosce la natura della minaccia, conosce Pennywise e sa che dietro la normalità apparente della cittadina esiste qualcosa di profondamente oscuro. Per questo la domanda iniziale che mi sono posta è stata molto semplice: che cosa può aggiungere davvero un prequel?

La risposta, almeno per me, è arrivata proprio dalla possibilità di guardare Derry prima degli eventi che molti spettatori già conoscono. Invece di limitarsi a raccontare una nuova avventura horror, la serie prova a scavare nelle radici della paura, mostrando come il male possa diventare parte integrante della memoria collettiva di una comunità. Questo aspetto mi ha incuriosita particolarmente perché rende la storia più ampia. Non si tratta più soltanto di un'entità malvagia che appare, terrorizza le proprie vittime e poi scompare. C'è qualcosa di più profondo: una sorta di ciclo che sembra ripetersi nel tempo, lasciando dietro di sé traumi, silenzi e segreti.

Ed è proprio qui che Welcome to Derry riesce, secondo me, a distinguersi. Il male non viene rappresentato esclusivamente attraverso ciò che vediamo. È presente anche in ciò che i personaggi scelgono di non vedere. È nelle omissioni, nelle paure taciute, nei comportamenti della comunità e nella capacità degli adulti di ignorare ciò che accade intorno a loro. Derry diventa quindi una città in cui la paura non è soltanto qualcosa che arriva dall'esterno. È qualcosa che sembra essere sedimentato nelle sue fondamenta.

Questa dimensione mi è piaciuta molto perché richiama una delle caratteristiche più interessanti dell'horror di Stephen King: il mostro raramente è soltanto il mostro. Dietro l'elemento soprannaturale c'è spesso qualcosa di profondamente umano. La paura dell'esclusione. La violenza. Il bullismo. Il razzismo. Il senso di colpa. La perdita. L'incapacità degli adulti di proteggere i più giovani. La paura di ciò che non comprendiamo. L'orrore funziona perché prende qualcosa che conosciamo e lo porta all'estremo.

Derry: quando una città diventa un personaggio

Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è proprio la costruzione dell'ambientazione. Derry non è semplicemente uno sfondo. È una presenza. È impossibile separare completamente la storia dalla città in cui si svolge.

Le strade, le abitazioni, gli edifici, gli spazi pubblici, le zone più isolate e quelle apparentemente quotidiane contribuiscono a creare una sensazione costante di inquietudine. La cosa interessante è che non tutto deve essere necessariamente oscuro per risultare spaventoso. Anzi, spesso è proprio la normalità a fare più paura. Una strada tranquilla. Una casa apparentemente ordinaria. Un luogo frequentato da famiglie e bambini. Una situazione quotidiana che improvvisamente assume un significato completamente diverso.

Questo contrasto è uno degli strumenti narrativi che preferisco nell'horror. Se tutto è sempre buio, sanguinolento e mostruoso, dopo un po' lo spettatore si abitua. Quando invece l'orrore si inserisce dentro una situazione normale, il cervello continua a chiedersi quando arriverà qualcosa. Ed è proprio l'attesa a creare tensione.

Guardando Welcome to Derry ho avuto spesso quella sensazione di inquietudine che non nasce necessariamente da ciò che accade in quel preciso momento, ma dalla consapevolezza che potrebbe accadere qualcosa da un momento all'altro. È una forma di paura più psicologica. Una tensione lenta, progressiva, che ti fa continuare a guardare anche quando una parte di te vorrebbe dire: “Forse per stasera basta così”.

Naturalmente non ho ascoltato quella parte di me.

L'horror che non vive soltanto di jump scare

Un'altra cosa che ho apprezzato è la capacità della serie di costruire tensione senza affidarsi esclusivamente agli spaventi improvvisi. Personalmente, trovo molto più efficace l'horror che riesce a creare un'atmosfera inquietante rispetto a quello che punta continuamente sullo stesso meccanismo: silenzio, rumore improvviso, mostro davanti alla telecamera, musica forte e via.

Il jump scare può funzionare. Ma se viene utilizzato troppo spesso, perde rapidamente il proprio effetto.

La paura psicologica, invece, rimane.

È quella sensazione per cui continui a guardare lo schermo sapendo che qualcosa non torna. È il dettaglio apparentemente insignificante che ti rimane in testa. È una porta che non avresti voglia di aprire. È un corridoio troppo silenzioso. È un personaggio che sembra sapere qualcosa che gli altri ignorano. È la sensazione che dietro una situazione normale ci sia qualcosa di profondamente sbagliato.

Welcome to Derry mi ha conquistata proprio attraverso questa costruzione progressiva dell'ansia. La serie non ha bisogno di mostrarti tutto immediatamente. In alcuni momenti è sufficiente suggerire. Lasciare spazio all'immaginazione. E l'immaginazione, quando si tratta di horror, sa essere molto più cattiva di qualsiasi effetto speciale.

Il peso del passato e i segreti di una comunità

Uno dei temi che ho trovato più interessanti è il rapporto tra memoria e paura. Derry sembra essere una città che dimentica. O, forse, una città che ha imparato a convivere con ciò che dovrebbe ricordare.

Questo elemento apre una riflessione molto interessante: quanto può essere pericoloso dimenticare il passato?

Quando una comunità sceglie di ignorare determinati eventi, le conseguenze non scompaiono. Rimangono sotto la superficie. Si trasformano in silenzio, in comportamenti, in paure tramandate e in dinamiche che continuano a ripetersi. In questo senso, la storia della città diventa quasi una storia di rimozione collettiva.

E questo è un meccanismo narrativo estremamente efficace perché rende il male più grande del singolo individuo. Non c'è soltanto una creatura da combattere. C'è un intero sistema di paure, segreti e omissioni che deve essere affrontato.

È uno degli aspetti che mi hanno fatto apprezzare maggiormente la serie: l'orrore non viene confinato alla presenza soprannaturale. È presente anche nel modo in cui le persone reagiscono davanti all'orrore.

A volte il mostro è terribile.

A volte lo è ancora di più chi decide di voltarsi dall'altra parte.

I personaggi e la dimensione umana della storia

Per quanto l'universo di IT sia fortemente legato all'horror e al soprannaturale, una storia di questo tipo funziona soltanto se i personaggi riescono a coinvolgere emotivamente lo spettatore. Altrimenti diventano semplicemente pedine da spostare all'interno di una trama costruita intorno ai mostri.

La serie, invece, prova a dare spazio alle dinamiche umane, alle relazioni e ai conflitti personali. Ed è proprio questo che permette allo spettatore di interessarsi a ciò che accade oltre la semplice domanda “cosa succederà dopo?”.

La paura diventa più forte quando hai qualcosa da perdere.

Se non ti importa del personaggio che sta attraversando il corridoio buio, il corridoio può essere pieno di mostri e continuerai a guardarlo con distacco. Quando invece ti sei affezionata a quella persona, la stessa scena cambia completamente. Non vuoi più soltanto sapere cosa succederà. Vuoi che si salvi.

Questa è la differenza tra assistere a una storia e sentirsi coinvolti in una storia.

E credo che Welcome to Derry abbia compreso bene questo meccanismo.

L'atmosfera perfetta per l'autunno e l'inverno

Devo ammettere che anche il periodo in cui ho guardato la serie ha avuto un ruolo importante nella mia esperienza. Ci sono serie che sembrano nate per essere guardate d'estate e altre che richiedono inevitabilmente una coperta, una stanza poco illuminata e una serata fredda fuori dalla finestra.

IT: Welcome to Derry appartiene decisamente alla seconda categoria.

Guardarla durante l'autunno e l'inverno ha amplificato ancora di più l'atmosfera. Fuori il clima diventava progressivamente più freddo, le giornate si accorciavano e la sera arrivava presto. Dentro casa, invece, iniziava il viaggio verso Derry.

È curioso quanto il contesto possa influenzare la percezione di una serie. Se avessi guardato gli stessi episodi in pieno agosto, con il sole ancora alto alle nove di sera, forse avrei avuto una sensazione diversa. L'ambientazione horror avrebbe funzionato comunque, ma sarebbe mancata quella perfetta coincidenza tra ciò che accadeva sullo schermo e ciò che stava accadendo fuori.

L'autunno ha qualcosa di naturalmente cinematografico. Le giornate più corte. Le foglie. Il buio che arriva presto. Il freddo. La pioggia. Le serate in casa. È quasi impossibile chiedere un contesto migliore per una storia ambientata in un universo così cupo.

Stephen King e il peso di una mitologia ormai iconica

Parlare di IT: Welcome to Derry significa inevitabilmente parlare anche di Stephen King. Il peso del suo immaginario è enorme e qualsiasi nuova produzione legata alle sue opere deve necessariamente confrontarsi con una mitologia che il pubblico conosce già.

Pennywise è diventato uno dei personaggi più riconoscibili della cultura horror. Ma la cosa interessante dell'universo di IT è che Pennywise non è mai stato soltanto un clown. È una manifestazione della paura. È una creatura capace di assumere forme diverse proprio perché la paura umana non ha una forma unica.

Questa idea continua a rendere affascinante l'universo narrativo.

Ciò che temi tu potrebbe essere completamente diverso da ciò che temo io.

Per questo il male può assumere volti differenti.

Ed è proprio questa dimensione psicologica a rendere l'universo di IT più interessante di un semplice racconto di mostri. Il vero punto non è soltanto chiedersi “che cosa c'è là fuori?”, ma anche “che cosa abbiamo dentro di noi che può essere utilizzato contro di noi?”.

È una domanda molto più inquietante.

La regia e il linguaggio visivo

Dal punto di vista visivo, la serie costruisce un'estetica coerente con il mondo che vuole raccontare. Le ambientazioni storiche, la fotografia, gli spazi e il modo in cui vengono utilizzati luce e ombra contribuiscono a creare una tensione costante.

Mi piace particolarmente quando l'orrore non viene mostrato in maniera eccessivamente esplicita. Un'inquadratura può essere inquietante proprio perché lascia qualcosa fuori campo. Il cervello completa ciò che non vede e spesso lo fa in maniera molto più efficace di qualsiasi effetto visivo.

La regia lavora proprio su questa sensazione. Ti mostra abbastanza da capire che qualcosa non va, ma spesso lascia spazio all'immaginazione. E in una storia horror questo spazio è prezioso.

Anche il suono contribuisce enormemente alla costruzione dell'atmosfera. Una porta, un rumore improvviso, un silenzio prolungato o una musica che cresce lentamente possono diventare strumenti narrativi potenti. L'orrore non vive soltanto nelle immagini. Vive anche in ciò che ascoltiamo.

E quando immagini e suono lavorano insieme, la tensione può diventare quasi fisica.

Il finale e la voglia di sapere cosa succederà dopo

Arrivare alla fine della prima stagione ha lasciato quella sensazione che ogni serie serializzata cerca di provocare: la voglia di sapere cosa succederà dopo. Il finale apre infatti diversi interrogativi e lascia sul tavolo numerosi elementi che possono essere sviluppati ulteriormente.

È proprio questo uno degli aspetti che mi ha lasciata più curiosa. Quando una serie riesce a costruire un universo abbastanza grande da farti pensare che ciò che hai visto sia soltanto una parte della storia, significa che ha ancora spazio per crescere.

Naturalmente, proprio per questo, l'attesa per la seconda stagione sarà particolarmente interessante.

Da spettatrice, mi auguro soprattutto che la serie continui a mantenere quell'equilibrio tra mitologia, horror e dimensione umana che ha reso questa prima parte così coinvolgente. Ampliare l'universo non dovrebbe significare necessariamente spiegare tutto. Alcuni misteri funzionano proprio perché rimangono parzialmente irrisolti.

L'ignoto, del resto, è uno degli ingredienti fondamentali della paura.

Il mio verdetto su IT: Welcome to Derry

Se dovessi riassumere la mia esperienza con IT: Welcome to Derry in poche parole, direi: sorpresa, inquietudine e coinvolgimento.

Avevo aspettative abbastanza alte, proprio perché l'universo di IT è uno di quelli che possono facilmente diventare vittime della propria fama. Invece la serie mi ha conquistata progressivamente, soprattutto grazie all'atmosfera, alla costruzione della tensione e alla volontà di raccontare qualcosa che andasse oltre il semplice ritorno di Pennywise.

Non è soltanto una storia horror.

È una storia sulla paura.

Sulla memoria.

Sui segreti.

Sulla violenza.

Sulla comunità.

E soprattutto sul modo in cui il male può diventare parte di un luogo fino a sembrare quasi normale.

Per me è stata una delle sorprese più interessanti delle mie visioni dell'ultimo autunno-inverno e, proprio per questo, l'attesa per il seguito è già iniziata.

E voi avete già visitato Derry?

Adesso voglio sapere cosa ne pensate voi. Avete visto IT: Welcome to Derry? Vi ha conquistato oppure siete rimasti delusi? Avete apprezzato maggiormente la componente horror, l'ambientazione storica, la mitologia legata a Derry oppure lo sviluppo dei personaggi? E soprattutto, siete tra quelli che aspettano con trepidazione la seconda stagione?

Io, personalmente, sono decisamente curiosa di scoprire dove porterà questa storia. Derry è una città dalla quale, almeno televisivamente parlando, sembra impossibile allontanarsi davvero. Puoi chiudere un episodio, spegnere lo schermo e tornare alla tua vita normale, ma rimane quella piccola sensazione che qualcosa sia ancora lì, nascosto da qualche parte, in attesa di essere scoperto.

Ed è proprio questo che dovrebbe fare un buon horror.

Non dovrebbe soltanto spaventarti mentre lo guardi.

Dovrebbe lasciarti qualcosa anche dopo.

Una scena che ritorna in mente.

Una musica.

Un'immagine.

Una domanda.

Una sensazione.

Magari proprio quella di guardare con un po' più di attenzione il buio quando torni a casa la sera.

Per quanto mi riguarda, IT: Welcome to Derry ha centrato l'obiettivo. E adesso non resta che aspettare il prossimo viaggio nel Maine.

Nel frattempo, torno alle mie altre passioni: libri, serie TV, cinema, musica, viaggi, benessere e tutto ciò che continua a rendere questa vita un'avventura decisamente interessante.

Ci vediamo domenica alle 21:00 su Radici in Movimento con un nuovo articolo.

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