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Stranger Things: la fine di un'epoca e il viaggio che ci ha accompagnati per dieci anni

 Tra le tante avventure vissute in questa estate 2026, ce n'è una che, almeno apparentemente, si è svolta al riparo dalla luce del sole, davanti a uno schermo, con una coperta a portata di mano e quella sensazione molto particolare di voler sapere come va a finire ma, allo stesso tempo, di non essere ancora pronta a salutare i personaggi. Dopo anni di attesa, stagioni, teorie, discussioni, momenti di entusiasmo e qualche inevitabile periodo trascorso chiedendomi quando sarebbe finalmente arrivato il momento di tornare a Hawkins, ho concluso la visione di Stranger Things. E devo ammettere che chiudere una serie che ci ha accompagnati per così tanto tempo fa un effetto decisamente strano. Non è soltanto la fine di una storia televisiva. È la conclusione di un piccolo appuntamento con una parte della nostra vita. La serie è entrata nell'immaginario collettivo nel 2016 e, da allora, molte cose sono cambiate: sono cambiate le nostre vite, le nostre abitudini, le piattaforme di streaming, il modo in cui guardiamo le serie televisive e, naturalmente, siamo cambiati anche noi. Quando abbiamo incontrato per la prima volta Eleven, Mike, Will, Dustin, Lucas e gli altri protagonisti, erano bambini. Oggi li salutiamo cresciuti, trasformati dagli eventi e dalle esperienze vissute. E forse è proprio questa la cosa che rende la conclusione di Stranger Things così particolare: mentre guardavamo loro crescere, senza rendercene conto stavamo crescendo anche noi.

La fine di un'epoca: quando una serie diventa parte dei nostri ricordi

Credo che una delle domande più interessanti da porsi sia questa: che cosa ha reso Stranger Things un fenomeno così grande? La risposta più semplice sarebbe parlare dei mostri, del Sottosopra, delle atmosfere horror, degli esperimenti segreti, dei poteri di Eleven e di tutte quelle situazioni apparentemente impossibili che hanno trasformato una piccola cittadina dell'Indiana nel centro di un universo narrativo gigantesco. Ma, secondo me, sarebbe una risposta incompleta. Perché se fosse stato soltanto un racconto di fantascienza e horror, probabilmente non avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo. La vera forza della serie è sempre stata altrove: nei legami tra i personaggi. Nell'amicizia. Nella lealtà. Nella paura di perdere qualcuno. Nella capacità di restare uniti anche quando tutto intorno sembra andare completamente fuori controllo.

All'inizio della storia abbiamo davanti un gruppo di ragazzi che trascorrono il loro tempo giocando a Dungeons & Dragons, andando in bicicletta, discutendo, litigando per questioni che sembrano enormi e vivendo quelle piccole avventure che, viste con gli occhi di un adulto, hanno qualcosa di teneramente nostalgico. Poi arriva l'impossibile. Will scompare. Hawkins nasconde segreti. Eleven entra nelle loro vite. Il mondo che conoscono comincia lentamente a sgretolarsi e loro si trovano costretti a crescere molto più velocemente di quanto avrebbero dovuto. Da quel momento in poi ogni stagione aggiunge un nuovo livello di difficoltà, ma anche un nuovo livello di maturazione.

È questo percorso di crescita che, personalmente, ho trovato più interessante. Non vediamo semplicemente dei personaggi affrontare un mostro dopo l'altro. Vediamo adolescenti diventare ragazzi e ragazzi diventare giovani adulti, mentre cercano contemporaneamente di capire chi sono, cosa vogliono, chi amano e quale posto occupano nel mondo. Alcuni imparano a essere più coraggiosi. Altri imparano a fidarsi. Alcuni devono affrontare la perdita, altri il senso di colpa, altri ancora la paura di essere diversi. E in mezzo a tutto questo c'è sempre il gruppo. Quella rete invisibile che, nonostante le incomprensioni, le separazioni e i momenti di crisi, continua a riportarli l'uno verso l'altro.

Forse è proprio per questo che ci affezioniamo tanto ai personaggi delle serie televisive. Non perché siano perfetti, ma perché li vediamo cambiare. Li incontriamo in un momento della loro vita e li seguiamo per anni. Impariamo a riconoscere i loro pregi, i loro difetti, le loro paure e le loro contraddizioni. A un certo punto smettono quasi di essere semplicemente personaggi e diventano presenze familiari. E quando arriva la fine, ci rendiamo conto che non stiamo salutando soltanto loro. Stiamo salutando anche la versione di noi stessi che li ha incontrati per la prima volta.

Undici, Mike, Will, Dustin, Lucas e gli altri: crescere significa cambiare

Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente dell'intera serie è proprio l'evoluzione dei personaggi. Nessuno rimane identico a se stesso. Sarebbe stato impossibile, del resto, raccontare una storia che attraversa così tanti anni mantenendo i protagonisti immobili. La crescita di Eleven, in particolare, è uno dei percorsi più significativi della serie. All'inizio la conosciamo come una bambina quasi completamente priva degli strumenti necessari per comprendere il mondo esterno. È stata privata dell'infanzia, dell'autonomia e di una normalità che per gli altri personaggi sembra scontata. Nel corso delle stagioni, però, Eleven costruisce lentamente la propria identità. Impara a conoscere le persone, a fidarsi, ad amare, a soffrire e soprattutto a scegliere chi vuole essere al di là dei poteri che possiede.

Anche gli altri protagonisti attraversano trasformazioni profonde. Mike deve fare i conti con sentimenti, responsabilità e con il fatto che crescere significa inevitabilmente modificare il modo in cui ci relazioniamo agli altri. Will porta dentro di sé una delle dimensioni più dolorose della storia, quella di chi si sente diverso, fuori posto e spesso incapace di trovare le parole per spiegare ciò che prova. Dustin conserva quella brillantezza e quella capacità di alleggerire le situazioni più drammatiche, ma anche lui cresce e sperimenta dolore, responsabilità e perdita. Lucas attraversa a sua volta un percorso di maturazione che lo porta a confrontarsi con situazioni molto più grandi di lui. E poi ci sono personaggi che, stagione dopo stagione, hanno conquistato un posto sempre più importante nel cuore del pubblico, dimostrando che l'universo di Hawkins non è costruito soltanto intorno ai protagonisti originali.

Quello che trovo interessante è che Stranger Things riesce spesso a parlare di crescita senza trasformare ogni cambiamento in un discorso esplicito. Basta osservare i personaggi. All'inizio della serie il loro mondo è relativamente piccolo: casa, scuola, amici, biciclette, videogiochi, giochi di ruolo. Poi il mondo si allarga e contemporaneamente diventa più pericoloso. Le responsabilità aumentano. Le relazioni diventano più complesse. Le scelte hanno conseguenze più pesanti. E quella leggerezza infantile che caratterizzava le prime puntate lascia gradualmente spazio a una consapevolezza diversa.

In fondo è quello che succede anche nella vita reale. All'inizio pensiamo che crescere significhi semplicemente diventare più grandi. Poi scopriamo che non è così semplice. Crescere significa perdere alcune certezze, acquisirne altre, cambiare amicizie, affrontare delusioni, scoprire lati di noi che non conoscevamo e imparare che non tutte le persone rimarranno nella nostra vita per sempre. Significa anche capire quali rapporti meritano di essere protetti. Ed è impossibile non vedere, in tutto questo, qualcosa di profondamente umano.

Il Sottosopra come metafora delle nostre paure

Il Sottosopra è certamente uno degli elementi più iconici della serie, ma credo che il suo significato vada oltre la semplice idea di una dimensione parallela popolata da creature inquietanti. Il Sottosopra è oscuro, imprevedibile, difficile da comprendere e rappresenta tutto ciò che i protagonisti non riescono a controllare. È il luogo dell'ignoto. Ed è proprio l'ignoto che, nella vita reale, spesso ci fa più paura.

In questo senso, ogni stagione della serie può essere letta anche come un viaggio dentro una paura diversa. La paura di perdere qualcuno. La paura di essere diversi. La paura di non essere accettati. La paura di non essere abbastanza. La paura di crescere. La paura di scoprire qualcosa di noi che preferiremmo non conoscere. I mostri sono concreti, ma dietro di loro ci sono emozioni molto umane.

Ed è forse questo uno dei motivi per cui, nonostante la componente soprannaturale, la serie riesce a coinvolgere anche chi normalmente non sarebbe particolarmente interessato alla fantascienza. Perché il mostro può essere immaginario, ma la paura che rappresenta è reale. E quando una storia riesce a trasformare un'emozione universale in qualcosa di visibile, diventa molto più potente.

La nostalgia degli anni Ottanta: molto più di un semplice sfondo

Un altro elemento che ha contribuito enormemente al successo di Stranger Things è senza dubbio l'estetica degli anni Ottanta. Ma anche qui credo che sarebbe riduttivo parlare soltanto di nostalgia. La serie non si limita a utilizzare gli anni Ottanta come una gigantesca raccolta di oggetti vintage da mostrare allo spettatore. Li trasforma in una vera atmosfera narrativa.

Le biciclette. I walkie-talkie. Le sale giochi. I cabinati. I videogiochi. I negozi. I vestiti. Le luci al neon. Le case. Le scuole. I boschi. Le automobili. I poster sulle pareti. Le musicassette. Tutto contribuisce a costruire un mondo riconoscibile e allo stesso tempo lontanissimo da quello in cui viviamo oggi. Ed è proprio questo contrasto a funzionare così bene.

Pensate a quanto è cambiato il nostro modo di comunicare. Nella Hawkins degli anni Ottanta, se un amico non si presenta a casa, puoi provare a telefonare oppure salire sulla bicicletta e andare a cercarlo. Non puoi semplicemente mandargli un messaggio su WhatsApp, controllare se è online, vedere l'ultima connessione o localizzarlo con il telefono. Le informazioni circolano più lentamente. I personaggi devono incontrarsi fisicamente. Devono cercarsi. Devono aspettarsi. Devono affidarsi maggiormente l'uno all'altro.

Questa assenza della tecnologia contemporanea, paradossalmente, rende ancora più centrale il concetto di relazione. Non puoi sostituire completamente la presenza fisica con uno schermo. Devi andare a casa dell'amico. Devi bussare. Devi pedalare per chilometri. Devi stare insieme agli altri. E forse proprio per questo la serie trasmette una nostalgia che va oltre gli anni Ottanta. È nostalgia per un modo diverso di stare insieme.

E poi c'è la musica: quando una canzone diventa una scena

Da persona che ama profondamente la musica, soprattutto le sonorità rock, non potevo non prestare particolare attenzione alla componente musicale della serie. La colonna sonora di Stranger Things è diventata parte integrante dell'identità dello show e ha dimostrato ancora una volta quanto una canzone possa modificare completamente la percezione di una scena.

La musica non accompagna semplicemente le immagini. In alcuni momenti diventa protagonista. Una canzone può trasformare una sequenza già emotivamente forte in qualcosa che rimane impresso nella memoria. Può rendere una scena più epica, più drammatica, più malinconica o addirittura più inquietante. E quando la scelta musicale è particolarmente azzeccata, succede qualcosa di ancora più interessante: quella canzone smette di appartenere soltanto all'artista che l'ha incisa e comincia ad appartenere anche alla storia che abbiamo visto.

È uno dei motivi per cui amo le serie capaci di utilizzare bene la musica. Una colonna sonora ben costruita può diventare una macchina del tempo. Basta ascoltare una determinata canzone anni dopo e improvvisamente tornano alla mente immagini, personaggi, emozioni e momenti della serie. È un meccanismo simile a quello che sperimentiamo nella nostra vita quotidiana quando una canzone ci riporta immediatamente a un viaggio, a una persona o a un periodo preciso.

E Stranger Things ha saputo sfruttare questa capacità della musica in maniera magistrale. I sintetizzatori, le sonorità oscure, i brani rock e le atmosfere tipiche dell'epoca costruiscono un'identità sonora immediatamente riconoscibile. Da amante del rock, devo ammettere che alcuni momenti musicali sono stati tra quelli che ho apprezzato maggiormente.

Hawkins: un luogo che alla fine sembra quasi reale

Un'altra cosa che mi ha colpita è il modo in cui Hawkins, nel corso delle stagioni, smette di essere semplicemente il luogo in cui è ambientata la storia e diventa quasi un personaggio. È una piccola città americana apparentemente normale, con scuole, case, negozi, strade e boschi. E proprio questa normalità rende ancora più inquietante tutto ciò che accade.

Il contrasto è fondamentale. Da una parte c'è la quotidianità: ragazzi che vanno a scuola, famiglie, relazioni, feste, amicizie e problemi adolescenziali. Dall'altra c'è un mondo oscuro che si nasconde appena sotto la superficie. È come se la serie ci dicesse continuamente che ciò che vediamo non è necessariamente tutto ciò che esiste.

E forse è proprio questo che rende Hawkins così affascinante. È un luogo che sembra rassicurante e contemporaneamente minaccioso. Un posto dove puoi andare in bicicletta al tramonto e, nello stesso momento, sapere che potrebbe esserci qualcosa di terribile nascosto dall'altra parte della realtà.

Il finale: quando una storia deve avere il coraggio di salutare

Arrivare all'ultima stagione ha significato per me affrontare una sensazione che conosciamo bene quando terminiamo una storia importante: la consapevolezza che non ci sarà un altro capitolo. Puoi rivedere le puntate, naturalmente. Puoi rileggere discussioni, guardare interviste, ascoltare la colonna sonora e continuare a parlare dei personaggi. Ma la prima volta non tornerà.

Il finale di una serie così amata è sempre un terreno pericoloso. Da una parte ci sono le aspettative dei fan, diventate enormi dopo anni di attesa. Dall'altra c'è la necessità narrativa di dare una conclusione coerente alla storia. E poi ci sono le emozioni personali di chi guarda. Non esiste un finale capace di accontentare tutti. Qualcuno avrebbe voluto più spiegazioni. Qualcun altro avrebbe preferito più azione. Altri ancora avrebbero voluto trascorrere più tempo con determinati personaggi.

Personalmente ho apprezzato il fatto che il finale non si sia limitato a cercare soltanto l'effetto spettacolare. L'azione è naturalmente fondamentale, perché siamo pur sempre dentro una storia costruita su mostri, dimensioni parallele e pericoli enormi, ma il vero cuore rimane quello che ha sempre sostenuto la serie: le persone. L'amicizia. La famiglia. Il sacrificio. La paura. La capacità di restare uniti quando sarebbe molto più facile scappare.

E poi c'è la nostalgia. Quella inevitabile sensazione che arriva quando capisci che qualcosa sta per finire.

Il dolore dolce delle storie che abbiamo amato

Quando finisco una serie che ho seguito per molto tempo, mi capita spesso di provare una sensazione difficile da spiegare. Non è esattamente tristezza. È qualcosa di più vicino alla malinconia. È il dolore dolce di quando chiudi un libro bellissimo e rimani per qualche minuto con la copertina ancora tra le mani, senza sapere bene cosa iniziare dopo.

Con Stranger Things questa sensazione è stata ancora più forte perché la serie non ha accompagnato soltanto una storia. Ha attraversato quasi un decennio di cultura popolare. Nel frattempo sono cambiate le nostre vite e il mondo intorno a noi. Abbiamo vissuto anni particolari, abbiamo attraversato momenti difficili, abbiamo cambiato lavoro, studiato, conosciuto persone, perso persone, iniziato nuovi progetti. E in mezzo a tutto questo Hawkins è rimasta lì.

È strano pensare che nel 2016 questa serie fosse appena iniziata. Oggi la guardiamo con gli occhi di persone diverse. E forse è proprio questa la magia delle storie lunghe: possono diventare una specie di diario indiretto della nostra vita. Ricordiamo dove eravamo quando abbiamo visto una determinata stagione. Ricordiamo con chi ne abbiamo parlato. Ricordiamo l'attesa tra un capitolo e l'altro. Ricordiamo le teorie che sembravano geniali e quelle che, viste a posteriori, erano completamente folli.

Perché Stranger Things resterà nella memoria

Credo che tra molti anni parleremo ancora di Stranger Things non soltanto per i suoi mostri o per il successo internazionale, ma per quello che ha rappresentato. È stata una serie capace di mescolare generi diversi: fantascienza, horror, avventura, coming of age, dramma, commedia e nostalgia. Ma soprattutto ha dimostrato che dietro una grande storia fantastica deve esserci qualcosa di umano.

Puoi creare il mostro più terrificante del mondo. Puoi inventare una dimensione parallela. Puoi costruire una mitologia complessa. Puoi realizzare effetti speciali spettacolari. Ma se non riesci a farci affezionare alle persone che stanno dentro quella storia, tutto il resto perde forza.

Stranger Things, invece, ci ha fatto affezionare.

Ci ha fatto preoccupare.

Ci ha fatto ridere.

Ci ha fatto arrabbiare.

Ci ha fatto commuovere.

E soprattutto ci ha fatto crescere insieme ai suoi protagonisti.

Per questo chiudere l'ultima stagione non mi è sembrato semplicemente “finire una serie”. È stato più simile a salutare vecchi amici con cui hai trascorso molti anni. Non sai esattamente quando siano diventati così familiari. A un certo punto, però, ti accorgi che lo sono.

E adesso cosa rimane?

Rimane la musica. Rimangono le immagini. Rimangono le citazioni, le scene memorabili, le teorie, i personaggi e tutte quelle discussioni infinite che continueranno inevitabilmente a riemergere ogni volta che qualcuno pronuncerà il nome Hawkins.

Rimane soprattutto una sensazione: quella di aver assistito a una storia che, nel bene e nel male, è riuscita a entrare nella cultura popolare e nella memoria di un'intera generazione di spettatori.

E rimane la possibilità di tornare indietro.

Perché questa è una delle cose belle delle serie televisive. La fine non cancella l'inizio. Possiamo sempre ricominciare dalla prima puntata, tornare al seminterrato, rivedere quei ragazzini con le biciclette, ascoltare nuovamente la colonna sonora e osservare con un sorriso malinconico quanto fossero giovani.

Questa volta, però, li guarderemo sapendo già dove arriveranno.

E forse sarà proprio questo a rendere ancora più emozionante il viaggio.

E voi avete già salutato Hawkins?

Adesso sono curiosa di sapere la vostra opinione. Avete già concluso Stranger Things? Il finale vi ha soddisfatti oppure avreste preferito una conclusione diversa? Qual è il personaggio che avete amato di più durante queste stagioni? E soprattutto, qual è stata la scena che vi ha fatto emozionare maggiormente?

Io faccio davvero fatica a scegliere un solo momento, perché una serie così lunga finisce inevitabilmente per accumulare decine di ricordi. Alcuni sono legati all'azione, altri alla musica, altri ancora semplicemente a un dialogo tra personaggi. Ed è forse proprio questo il segno che una serie ha funzionato: quando non ricordi soltanto la trama, ma ricordi come ti sei sentita mentre la guardavi.

Questa estate 2026, tra libri, smart working al mare, nuovi progetti e qualche momento di pausa, ho quindi aggiunto anche un altro piccolo capitolo alla mia personale lista di storie concluse. E devo dire che salutare Hawkins mi ha lasciato quella strana malinconia che soltanto le storie importanti riescono a regalare.

Adesso, però, la domanda è inevitabile: che cosa guarderò dopo?

Perché il problema delle grandi serie è sempre lo stesso.

Quando finiscono, ti lasciano davanti allo schermo con una domanda molto semplice:

“E adesso?”

Scrivetemi nei commenti le vostre opinioni su Stranger Things, i vostri personaggi preferiti e soprattutto i titoli che mi consigliereste di guardare dopo questa lunga avventura.

E se anche voi amate libri, serie TV, cinema, musica, viaggi, benessere e tutte quelle piccole grandi passioni che rendono interessante la vita quotidiana, sapete dove trovarmi.

Ci vediamo domenica alle 21:00 su Radici in Movimento.

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